IL BOSCO DI NICCOLO'
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Capitolo 1
Bonneville è un grazioso paese di montagna, un antico borgo con baite e piccoli viottoli in ciottolato, all'ingresso del parco naturale del Massiccio del Grand Pierron.
A protezione del paese c'è un fitto bosco di abeti che fa da scudo verso il ripido versante della montagna: molte volte questi maestosi alberi avevano fermato frane e valanghe che avrebbero potuto arrecare gravi danni alle persone ed alle case di Bonneville.
Appena fuori del paese, in una grangia ristrutturata, vive Dario, il guardaparco, insieme alla moglie Michela, maestra nella locale scuola elementare, ed il loro figlioletto Niccolò.
Per un amante della natura come Dario, sarebbe difficile poter anche solo immaginare un lavoro migliore del suo: estate ed inverno infatti percorre i ripidi sentieri che lo portano nel cuore del parco, controlla gli argini del torrente, lo stato di salute degli animali che lo popolano, ma soprattutto controlla che le orde di turisti che invadono il Grand Pierron nei giorni di festa non provochino danni eccessivi.
A Bonneville infatti la vita scorre tranquilla e serena, ancora legata ai ritmi della natura, lontana dalla frenesia e dai rumori della città, ma nei fine settimana e durante le vacanze questa pace viene interrotta dalle comitive di villeggianti che invadono con le loro auto il paese ed i prati.
I periodi di vacanza sono quindi momenti difficili per gli abitanti di Bonneville, infastiditi dal frastuono e dallo scarso rispetto per la natura della maggior parte dei turisti, che da parte loro non capiscono e non accettano il fatto che un paese così bello e ricco di attrattive non si attrezzi per offrire opportune strutture ricettive.
È proprio per questo motivo che il signor Papier, sindaco di Bonneville, da anni cerca di imporre la costruzione di ristoranti ed alberghi in paese, senza però incontrare mai il sostegno dei suoi compaesani.
Nessuno però poteva immaginare che quest'anno la tradizionale fiera di Sant'Albino, patrono del paese, si sarebbe trasformata in una trappola per gli abitanti di Bonneville.
Il signor De Lamaison, proprietario di una catena di alberghi di lusso, aveva infatti deciso di andare a trovare un suo vecchio amico proprio in quel lontano e sperduto paesino di montagna: indovinate un pò, proprio il signor Papier!
Quando al sindaco venne riferito che il signor De Lamaison sarebbe stato suo ospite in paese decise di organizzare un'accoglienza degna di un capo di stato, ben sapendo che questa volta sarebbe finalmente riuscito a portare a termine i suoi progetti: se fosse riuscito a convincere il suo vecchio amico ad investire su Bonneville, questa sarebbe diventata finalmente una vera, ricca e caotica località turistica e non più un insignificante paesino di montagna!
Dopo alcune settimane settimana, il sindaco invitò tutti i suoi compaesani in piazza per illustrare quale grossa opportunità stava per concretizzarsi.
“Amici – esordì il signor Papier - come sapete quest'anno, alla fiera, l'illustre signor De Lamaison è stato mio ospite. Ha molto apprezzato le bellezze del nostro paese e del nostro parco, e ha deciso di finanziare la costruzione di un grosso albergo appena fuori il paese, sui terreni comunali che da anni giacciono inutilizzati”.
Ed aggiunse: “Non un albergo qualunque, ma un albergo di lusso, che porterà lustro e ricchezza al nostro paese”.
Le persone in piazza rimasero molto perplesse a questa notizia, ma la cosa peggiore doveva ancora arrivare: “Inutile dire che ho dato fin da subito piena fiducia al signor De Lamaison, i suoi tecnici hanno eseguito i sopralluoghi e gli studi del caso e proprio oggi ho ricevuto il progetto dell'opera. Chiunque sia interessato, può trovare le carte in comune”.
Dario fu tra i primi a recarsi in comune per consultare il progetto, e quello che vide lo lasciò di stucco: si trattava di una struttura enorme, con molte camere, tre ristoranti, due enormi posteggi, ma soprattutto, una grossa piscina realizzata proprio al centro del secolare bosco di abeti, o – meglio – di ciò che ne sarebbe rimasto!
“ Signor Papier – disse Dario, irrompendo nell'ufficio del sindaco – questo progetto è semplicemente una follia! Ma si rende conto cosa significa costruire un simile mostro! E poi, sacrificare il bosco di abeti per una piscina è pericolosissimo, il bosco è il nostro scudo verso la montagna!”
“Suvvia signor Dario, non faccia il catastrofico - replicò serafico il sindaco – è sempre il solito problema, voi siete contro le novità e la modernità” ed aggiunse “guardi invece i lati positivi: solo turismo di elite, niente più macchine e pic-nic nei prati, più nessuna comitiva di bimbi urlanti che giocano a pallone in riva al fiume; finalmente anche lei avrà un attimo di respiro nei week-end”.
Questa spiegazione non calmò affatto il fiero guardaparco, che uscì dal comune convinto di poter dar battaglia a questo progetto, così irrispettoso della natura e degli usi e costumi degli abitanti del paese.
Passò quindi al bar in centro paese, dove seduto ai tavolini appena fuori il locale, incontrò il suo amico Gianfranco, anch'egli guardaparco.
“Sono stato in comune ed ho visto il progetto – iniziò subito Dario – a me sembra una follia! Tu cosa ne pensi?”
“Hai ragione – incalzò Gianfranco – Bonneville non è preparata ad un simile progetto. E poi, non si può toccare il nostro bosco, non solo è fondamentale per la sicurezza, ma è il simbolo stesso del nostro paese, quegli alberi sono stati piantati dai nostri nonni e dai nostri padri, e non possono essere abbattuti per far posto ad una piscina!”.
Quella che poteva essere una normale discussione fra amici coinvolse via via un numero sempre crescente di persone che passeggiavano sulla piazzetta, tutte quante convinte che quell'albergo avrebbe portato soltanto guai.
La sera a cena, Dario raccontò del progetto alla moglie Michela ed al figlio Niccolò.
“Domani, in classe, parlerò del bosco ai miei bambini e chiederò di fare un bel disegno da portare in comune, insieme alla richiesta di non toccare i nostri abeti” disse Michela.
L'idea piacque molto sia a Dario che a Niccolò, che subito andò in camera per iniziare il suo disegno, mentre mamma e papà continuavano a discutere di fronte al caminetto acceso.
Arrivò così l'ora di andare a letto e Dario e Michela andarono in camera da Niccolò per il bacio della buonanotte; il bimbo era ancora impegnato nel rifinire il suo bel disegno e non voleva saperne di infilarsi sotto le coperte.
“Mamma, papà – disse Niccolò – ma com'è possibile che abbattano il nostro bosco? Dove andremo a giocare noi bambini d'estate? Possibile che non si possa fare nulla per salvarlo?”
“Stai tranquillo piccolino – rispose la mamma – vedrai che papà ed i suoi amici riusciranno ad evitarlo… e se non ci riusciranno loro, chiederemo aiuto ai folletti del bosco!”
“I folletti del bosco – esclamò Niccolò – non me ne avete mai parlato? Ma chi sono? Davvero abitano nel nostro bosco? E come sono? Grandi? Piccoli? ….”
“Calma, calma – intervenne Dario – è solo una vecchia leggenda, una storia che ci raccontavano i nostri nonni. Si narra che nel bosco vivano dei piccoli ometti, con grandi poteri, in grado di curare gli alberi e farli diventare sempre più alti e forti, così che neanche le valanghe e le frane più grosse possono impensierirli. E se per caso uno o più alberi dovessero cadere, loro subito ne piantano altri, che crescono nella notte ed il giorno dopo sono già alti e forti, pronti a prendere il posto di quelli appena abbattuti. Ma purtroppo, sono solo favole.”
“Ma qualcuno li ha mai visti, questi ometti?” incalzò il bambino.
“No, nessuno - rispose Dario – ma la tradizione dice che le notti del solstizio d'estate e di inverno i folletti siano visibili ai bambini. Ecco perché, quando io e la mamma eravamo piccolini, i nostri nonni ci portavano nel bosco, con le candele accese e cesti di frutta e dolcini da lasciare sotto gli alberi. Ma ormai, questa tradizione si è persa e sono molti anni che non si portano più i bimbi nel bosco. Adesso però dormi, è tardi!”
“Aspetta, aspetta! – disse Niccolò – quanti giorni mancano al solstizio di estate? Non sarà mica passato?”
Dario ci pensò un attimo e disse: “Dovrebbe essere fra un paio di settimane, non so bene, ma adesso vado a controllare”.
“Allora mi portate nel bosco, vero? – disse Niccolò, tutto eccitato – così potrò chiedere aiuto ai folletti!”
“Niccolò, è una leggenda – disse Dario – i folletti non esistono! E di sicuro, non possono aiutarci a proteggere il bosco dal signor Papier!”
Ma mamma Michela fu più accondiscendente: “Adesso fai la nanna, poi ci pensiamo” e poi, rivolta verso Dario “perché no! In fondo, sarebbe divertente, sarebbe come tornare un pò bambini anche noi” e concluse: “Domani, ne parlerò a scuola con i miei alunni e i loro genitori! Ma adesso, poche storie e a letto! Buonanotte Niccolò”.
“Buonanotte mamma, buonanotte papà.”
Per tutta la notte Niccolò sognò folletti e creature magiche che combattevano contro i buldozzer e le scavatrici del signor De Lamaison, costringendoli alla fuga!
Il giorno successivo, a scuola e nell'intero paese, l'idea di Niccolò fu molto apprezzata, tanto che Michela decise di organizzare una festa nel bosco proprio la notte del solstizio d'estate; le mamme avrebbero pensato ai dolcini, i papà a costruire le lanterne mentre i bimbi avrebbero raccolto la frutta da portare in dono ai folletti.
Furono due settimane frenetiche per tutti i bimbi di Benneville, soprattutto per Niccolò, vero artefice di questa iniziativa.
Capitolo 2
Venne infine la tanto attesa notte del solstizio; tutti i bimbi furono raggruppati in piazza, vestiti di una tunica bianca – come voleva la tradizione – ed avviati in corteo verso il bosco, ognuno con il proprio cestino e la propria fiaccola. A seguire, mamme, papà, nonni e un gruppetto di curiosi, attirati da quella strana processione.
Giunti nel bosco, i bimbi mangiarono alcuni dolcini, giocarono a rincorrersi fra i fusti degli alberi, sotto gli occhi attenti dei genitori, finché – vinti dalla fatica e dal sonno – si sedettero sotto le fronde degli alberi. E fu proprio in quel momento che a Niccolò sembrò di intravedere un piccolo omino, con un buffo cappello a punta, seduto appoggiato ad una pigna che si mangiava un pezzetto di torta.
Fece per chiamare qualcuno, la mamma o il papà, ma non lo fece per paura che questo scappasse: si ricordò, infatti, che i folletti si possono rivelare solo ai bambini e non agli adulti.
Si strofinò gli occhi per convincersi di non sognare, poi guardò di nuovo in basso, vicino alla pigna, e lui era sempre lì, tranquillo, che si mangiava il suo pezzo di torta.
Dato l'ultimo boccone, il folletto si alzò di scatto, andò verso Niccolò e gli disse: “Siete stati gentili a tornare nel bosco. Erano molti anni che non venivate a trovarci, pensavamo vi foste dimenticati di noi!”.
Niccolò non credeva alle sue orecchie! Allora i folletti esistevano, erano davvero lì e gli stavano parlando.
“Sei rimasto solo tu o ci sono altri folletti nel bosco?” chiese Niccolò.
“Siamo tantissimi, almeno uno per albero” rispose il folletto.
“Ma allora, come mai ci sei solo tu in giro per il bosco? Io non ne vedo altri!” replicò il bambino.
“Il problema è che io sono il folletto più goloso del bosco – iniziò il folletto – ed appena ho visto queste torte e dolcetti non ho resistito. Gli anziani mi avevano avvertito di fare attenzione agli uomini, erano anni che non si vedevano più nel bosco e non c'era molto da fidarsi”.
“A proposito – aggiunse il folletto – come mai siete tornati? Cosa sta succedendo?”
“Siamo venuti a chiedere il vostro aiuto - disse Niccolò – dei forestieri vogliono abbattere gli alberi per costruire una piscina. Mamma e papà mi hanno parlato di voi, dei vostri poteri, e così gli ho chiesto di condurmi da voi.”
“E tutti gli altri? – chiese il folletto – da dove arrivano? Sono tutti amici tuoi?”
“Certamente – disse orgoglioso Niccolò – sono i miei amici della scuola, e gli altri bambini del paese con i loro genitori e amici. Siamo tutti qui, come una volta, per chiedervi di aiutarci ad evitare che abbattano il bosco per fare una piscina. Nessuno a Bonneville la vuole, ma il sindaco Papier non vuole ascoltarci!”
“Aspettami qui – disse il folletto – vado a chiamare i miei compagni folletti, soprattutto l'anziano Galam, il nostro capo”.
Dopo pochi minuti, un vecchio folletto con la barba bianca lunga fino ai piedi puntava dritto verso Niccolò, seguito da una nuvola di folletti zampettanti.
“Quindi è colpa tua se questa sera c'è tutta questa confusione nel nostro bosco?!” disse il vecchio Galam, con un tono fintamente severo; in realtà era molto felice che finalmente gli abitanti di Bonneville si fossero ricordati di loro e fossero tornati a festeggiarli.
“Grande Galam – disse Niccolò – siamo venuti a chiedere il tuo aiuto. Vogliono abbattere gli alberi del bosco, però mamma e papà mi hanno parlato dei vostri poteri. Per favore, aiutateci!”
Queste parole colpirono molto il vecchio Galam, che tutto poteva immaginare tranne che un giorno avrebbe dovuto abbandonare il bosco nel quale abitava ormai da più di cent'anni.
“La situazione è molto seria – disse Galam – Niccolò, grazie di averci interpellato e dato fiducia. Vedrai, non ti deluderemo. Ma tu, ci devi promettere che non dirai nulla a nessuno, almeno finché gli operai non verranno per abbattere gli alberi”.
“Niccolò! Niccolooo!! Dove sei?”
Dario si aggirava per il bosco alla ricerca del suo bambino, si era fatto davvero tardi ed era ora di andare a casa; erano rimasti gli ultimi, insieme alla famiglia del panettiere.
“Sono qui, papà” rispose Niccolò, mentre salutava con la manina Galam ed i suoi amici.
Passarono i giorni, le settimane e tutto sembrava procedere come al solito a Bonneville; dell'albergo non ne parlava più nessuno né al bar né nei negozi, neanche il parroco, tanto meno il sindaco.
Un giorno però Dario, tornando per pranzo, vide sui terreni del comune un camion gigantesco, con sopra una ruspa, ed un paio di jeep con una scritta sulla portiera: “De Lamaison costruzioni”.
“È fatta! – pensò Dario – Bonneville non sarà mai più la stessa”.
Il passaparola fu veloce e la sera stessa un gruppo di persone era sotto il Comune per avere spiegazioni dal signor Papier.
“È semplice – disse il sindaco – la settimana prossima inizieranno i sopralluoghi per le fondamenta dell'albergo ed i primi lavori nel bosco per la realizzazione della piscina coperta”.
Dario tornò a casa abbastanza contrariato e Michela non tardò a capire che era successo qualcosa: “Cosa succede, Dario? Problemi al lavoro?”
“No. Non al lavoro, ma in Comune!” disse Dario, poi aggiunse “oggi sono arrivati gli operai di De Lamaison e presto inizieranno i lavori dell'albergo e purtroppo anche della piscina”.
“È meglio che accompagniamo Niccolò un'ultima volta nel bosco di abeti, prima che lo transennino e non facciano più entrare nessuno!” disse Michela.
“È vero; chiedo a Gianfranco di sostituirmi domani e andiamo tutti insieme al bosco”.
Il giorno dopo, all'uscita da scuola, Michela e Niccolò si avviarono al bosco, dove li stava già aspettando Dario, con un grosso cesto per il pic-nic.
Quando iniziarono a mangiare i panini ed i dolcetti preparati dalla mamma, Dario si accorse che Niccolò di tanto in tanto buttava alla base delle piante delle bricioline e pezzetti di dolcetto.
“Niccolò, cosa stai facendo?” chiese il papà.
“Lascio un po' di provviste ai folletti, visto che fra non molto dovranno andare via da questo bosco” disse serenamente Niccolò.
Dario e Michela rimasero sorpresi dall'atteggiamento del loro bambino; ormai era passato abbastanza tempo da quella notte di solstizio e pensavano che ormai Niccolò si fosse dimenticato della storia dei folletti.
“Dai Niccolò, i folletti non esistono! – disse Dario – Certo, sarebbe bello poter contare sul loro aiuto! Ma purtroppo non è possibile”
“Papà ha ragione – disse la mamma – i folletti abitano solo nella nostra immaginazione”.
Niccolò però sapeva che i genitori si sbagliavano ed iniziò a tastare con le manine sotto l'albero alla ricerca di qualcosa… o di qualcuno!
“Siamo qui! Niccolò!” disse una flebile vocina, che giungeva proprio dalla base dell'albero.
“Ciao Galam – disse Niccolò – avete sentito? Sono arrivate le ruspe ed abbatteranno il bosco! Dovete scappare!”
“Tranquillo Niccolò – rispose Galam – abitiamo questo bosco da secoli e non ce ne andremo! Sappiamo cosa fare!”.
“Ma con chi stai parlando?!” chiese Michela con aria interrogativa?
“Con Galam, il capo dei folletti! - rispose serafico Niccolò – lo avvisavo del pericolo e gli dicevo di andarsene, finché era in tempo!”
“Adesso basta con questa storia dei folletti – lo interruppe Dario – è solo una leggenda! I folletti non esistono!” e poi, rivolto a Michela “Si è fatto tardi, è ora di andare a casa!”.
Raccolsero le loro cose si avviarono fuori dal parco.
Quella sera Niccolò era un po' triste, sia perchè a breve avrebbero abbattuto il bosco ma, soprattutto, perchè non accettava l'idea che mamma e papà non credessero all'esistenza dei folletti: “proprio loro – pensava Niccolò – che me ne hanno parlato per primi e che mi hanno portato la notte nel bosco!”.
A volte, gli adulti sono proprio strani, agli occhi dei bambini!
Capitolo 3
Passò circa una settimana, finché un bel giorno gli operai entrarono nel bosco armati di motoseghe e asce ed iniziarono ad abbattere i primi alberi, fra il disappunto generale della gente di Bonneville ed il sorrisino soddisfatto del sindaco Papier.
A fine pomeriggio, ai bordi del bosco, giacevano dieci alberi completamente abbattuti, ripuliti dei loro rami e pronti per essere caricati sul camion e trasportati a valle.
Soddisfatti del lavoro, gli operai lasciarono il bosco e tornarono alle loro baracche, costruite ai margini del paese, pronti a continuare il lavoro il giorno successivo.
Ma quando, di buon ora, si recarono al bosco, al posto dei ceppi lasciati il giorno precedente dagli alberi abbattuti vi erano nuovamente dieci forti e rigogliosi abeti.
“Ma cos'è ‘sta storia! – esclamò il capo cantiere – chi è che ha rimesso in piedi gli alberi!”
“Ma che stai dicendo?! – replicò un operaio – gli alberi li ho appena caricati sul camion. Sono là, non li vedi?!”
“Ragazzino! – gridò il capo-cantiere – non ho mica bevuto! Qui ieri sera c'erano i ceppi degli alberi tagliati ed ora ci sono degli alberi in piedi!” poi, in uno scatto d'ira, accese la motosega e si avventò contro il primo albero, abbattendolo in pochissimo tempo! E poi “Forza adesso, passiamo agli altri!”
Fu un giorno di duro lavoro, alla fine del quale gli alberi abbattuti furono ben venticinque.
“Ancora tre o quattro giorni ed avremo finito” disse soddisfatto il capo cantiere.
La notte trascorse tranquilla, ma quando il giorno successivo si recò al bosco il capo cantiere rimase senza parole; riuscì però a cacciare un potente urlo: “AAAArrrggg!!! Ma non è possibile!!!”
Tutti gli operai accorsero, pensando che fosse successo qualcosa di grave. Ed in effetti era successo qualcosa: il bosco era bello e rigoglioso come non mai, senza neanche la traccia di alberi o rami abbattuti.
“Correte a chiamare il signor Papier – urlò il capo cantiere – lo voglio qui subito! Devo capire cosa sta succedendo!”
Mezz'ora dopo il signor Papier, con il caschetto in testa, si aggirava per il bosco in compagnia del capo-cantiere.
“Non riesco a credere una sola parola di quello che dite – diceva il sindaco – gli alberi non ricrescono in una notte.”
Intanto la notizia aveva fatto il giro di tutto il paese; nessuno riusciva a darsi una spiegazione di quello che stava succedendo, nessuno tranne Niccolò.
Fra tutti, però, quelli che più erano stupiti di quello che stava succedendo erano Dario e Michela;
“Dario, è pazzesco! Ma hai sentito cosa sta succedendo nel bosco?!”
“Certo che si! Non ho mai visto nulla di simile in tutta la mia vita!”
“Senti – disse Michela – e se avesse ragione Niccolò? e se davvero esistessero i folletti nel bosco? Ricordi anche tu cosa raccontavano i nostri nonni!!”
“Mi ricordo eccome – replicò Dario – ma non posso proprio crederci! I folletti non esistono!”.
Nell'ufficio del signor Papier, intanto, il telefono squillava ininterrottamente.
La segretaria ormai non ascoltava più nessuno e come un disco rotto ripeteva che il sindaco avrebbe riferito quanto prima sull'accaduto, ma quando dall'altro capo del filo si udì chiaramente la voce del signor De Lamaison, la chiamata fu immediatamente passata al sindaco:
“Caro Papier – esordì De Lamaison – cos'è questa storia degli alberi? Perché i lavori non procedono come dovrebbero? Avevamo degli accordi, ricordi?”
“Certo, certo – risposte titubante il sindaco – vedrai che presto si risolverà tutto. Dammi tempo di capire cosa succede e vedrai che non ci saranno più ritardi”
“Bene, è quello che volevo sentire – rispose seccamente De Lamaison – perchè in caso contrario richiamerò i miei operai e l'affare non si chiude. Non ho tempo da perdere dietro un qualunque paese di montagna!”
Quando posò il telefono, il signor Papier – forse per la prima volta in vita sua – si chiese se davvero quello che stava facendo era giusto.
Innanzitutto Bonneville non era un qualunque paese di montagna, era il paese dove lui era nato ed aveva trascorso la sua infanzia felice, in mezzo alla natura e fra gente cordiale, proprio quella gente che oggi continuava ad osteggiarlo. E quel bosco? Quante volte da bambini, e non solo, aveva giocato e si era risposato all'ombra degli abeti secolari!
Proprio in quel momento entrò in ufficio il capo-cantiere:
“Allora, cosa facciamo? I lavori non possono fermarsi! Ho sentito il signor De Lamaison, che mi suggeriva di utilizzare i bulldozer nel bosco”.
Ed aggiunse: “Inoltre, per tenere la situazione sotto controllo, si pensava di organizzare un servizio di sorveglianza del cantiere. De Lamaison ha già contattato un istituto di vigilanza ed a breve arriveranno le guardie in paese”.
“Ecco, ci mancavano anche le guardie a Bonneville!” pensò il signor Papier; gli abitanti non glielo avrebbero mai perdonato!
“Niente guardie e niente bulldozzer!” replicò Papier, tutto d'un fiato.
“Iniziate ad operare nei terreni fuori dal paese e lasciate stare il bosco – aggiunse il sindaco – troveremo un altro posto per la piscina! E adesso vada, riferisca al signor De Lamaison”.
Quando il capo-cantiere uscì dal suo ufficio, molto contrariato, il signor Papier si accasciò sulla sua sedia dietro la scrivania; era tesissimo, ma finalmente sereno, sicuro di aver fatto la cosa giusta.
La seconda chiamata del signor De Lamaison non tardò ad arrivare.
“Caro Papier, ti avevo avvisato. O si procede con il progetto che io ho preparato o non se fa nulla. Nessuna modifica, nessun intoppo. Sono io che guido l'operazione, non tu! Se non ti sta più bene, dimmelo e non farmi più perdere tempo!”
In quell'istante il signor Papier si rese definitivamente conto che, se avesse lasciato mano libera a De Lamaison, la sua Bonneville sarebbe scomparsa per sempre.
Quello che per anni aveva inseguito come un sogno, in pochi istanti si era trasformato in un incubo, un incubo inaccettabile!
“Allora, ci sei ancora? Cosa mi dici? Ho carta bianca?” lo incalzava De Lamaison, ignaro della secca risposta che di lì a poco il suo amico Papier gli avrebbe dato.
“No, non sono d'accordo! E non sono più neanche d'accordo alla costruzione di questo villaggio. O modifichiamo radicalmente il progetto o non se ne fa più nulla”.
Gli effetti di quella risposta furono chiari a tutti in breve tempo: tra lo stupore generale la sera stessa gli operai smontarono le loro baracche, caricarono macchinari e ruspa sui camion e scomparvero giù per la strada che porta alla città.
Tutti gli abitanti di Bonneville si riversarono nella piccola piazzetta di fronte al municipio, dove li aspettava un raggiante signor Papier.
“Amici – esordì il sindaco – sono lieto di comunicare che il villaggio di De Lamaison non si farà più. A Bonneville non serve un villaggio turistico, serve conservare le sue tradizioni e la felicità delle persone che da sempre lo abitano”.
Poi, rivolgendosi a Dario, in prima fila di fronte al sindaco, disse: “Avevi proprio ragione, non potevamo abbattere il simbolo stesso del nostro paese. Nessuno toccherà mai il nostro bosco”.
Nell'udire queste parole, l'intera cittadinanza di Bonneville esplose in un urlo di gioia: “Evviva il signor Papier!! Evviva il nostro sindaco!!”.
Dario corse subito a casa a dare la bella notizia alla moglie, ma soprattutto a suo figlio Niccolò, vero artefice di questa vittoria!
“Evviva – esclamò Niccolò – ce l'hanno fatta! Galam aveva ragione, nessuno può scacciare i folletti dal bosco di Bonneville”.
Per festeggiare l'avvenimento, Dario e Michela organizzarono una grande festa al bosco, alla quale partecipò l'intero paese, sindaco in testa, ed anche i folletti schierati, in abiti da parata, sui rami degli alberi; nessuno ovviamente se ne accorse, tranne Niccolò che strizzò l'occhio al suo vecchio amico Galam.
Molto tempo è passato da quel giorno, il signor Papier ha lasciato il suo incarico di sindaco inaugurando un bell'agriturismo appena fuori dal paese e consegnando a Niccolò, neo guardia del parco, le chiavi di tre nuovi bivacchi costruiti sui sentieri del Grand Pierrot.
Bonneville è effettivamente diventato un famoso centro di villeggiatura, come nei sogni del signor Papier, ma nel pieno rispetto della natura e delle tradizioni che da sempre guidano la vita degli abitanti di questo paese, come la festa nel bosco nelle notti di solstizio.