IL GIGANTE NANO
Era giorno di fiera e la piazza del paese di Zorla era affollata di contadini e artigiani che offrivano le loro merci su banchetti infiocchettati a festa e strabordanti di mercanzie.
Non mancavano i giocolieri e gli acrobati, i cantastorie ed i musicanti, insomma tutti quelli che con la loro arte sapevano trasformare una semplice piazza del mercato in un vorticoso e colorato luogo di festa.
In questa babele di uomini, donne e bambini, in un angolo della piazza, un vecchio e distinto nano, di nome Igino, salì su un palco in legno ed iniziò ad intrattenere una piccola folla.
“Voi non ci crederete – iniziò il vecchio nano – ma c'è stato un tempo in cui io ero il più alto di tutti e svettavo sugli altri come un gigante. E quando poi mi ritrovai ad essere tornato nano, mi accorsi di continuare ad essere un gigante”.
A quelle parole, alcuni dei presenti iniziarono a ridere, altri rivolsero al nano apprezzamenti beffardi, altri ancora fecero per allontanarsi, ma il vecchio nano non si scompose e continuò:
“Non ci credete? Allora sedetevi ed ascoltate la mia storia”.
Non era chiaro se quel nano fosse un abile cantastorie oppure semplicemente un mezzo matto; molti dei presenti decisero comunque di mettersi a sedere attorno al palco per ascoltare la storia che il vecchio stava per cominciare.
<<Sono nato in piccolo villaggio sulle montagne intorno a Turla; fin da subito fu evidente che qualcosa in me non funzionava come doveva.
Al contrario di tutti gli altri bambini del villaggio, con il passare del tempo la mia statura non cresceva e questo incominciò a procurarmi molti problemi: nessuno voleva più giocare con me perchè ero troppo piccolo, così basso da non poter neanche andare a scuola perchè non riuscivo a sedermi al banco e vedere la lavagna.
Presto anche la mia famiglia iniziò a tenermi chiuso in casa per evitare gli scherzi e gli insulti degli altri abitanti.
Non potevo più sopportare questa situazione: perchè tutti ce l'avevano con me? Avevo fatto qualcosa di male? No, semplicemente ero più piccolo – molto più piccolo – di tutti gli altri!
Decisi così di scappare di casa, lontano da quel villaggio; una notte, approfittando del buio, uscii dalla finestra e corsi verso i boschi che circondavano il paese.
Camminai tutta la notte, finchè ormai stremato dalla fatica, mi appisolai sotto una grande quercia.
Mi svegliai all'alba ed udii delle strane voci: parlavano una lingua che non conoscevo ed il tono era basso, un po' stridulo.
Non avevo mai udito nulla di simile.
Mi alzai di scatto, mi guardai intorno, ma non vidi nessuno; frugai dietro i cespugli, ma niente.
Convinto di aver sognato, mi sedetti ai piedi della quercia.
Appena seduto, di nuovo le voci iniziarono a farsi sentire: questa volta guardai attentamente in terra, tra i fili d'erba, e vidi dei piccoli ometti, alti non più di un ditale, che si affaccendavano intorno a me.
Incuriosito, avvicinai la mano ad uno di questi ometti e lui, di rimando, mi piantò una lancia in un dito.
Fu come pungersi con la spina di una rosa, niente di particolarmente doloroso, però non capivo chi fossero questi individui e soprattutto perchè mi avessero colpito.
“Una volta tanto sono io il più grande – pensai con un pizzico di spavalderia – e non mi farò certo umiliare anche da questi piccoli esserini”.
Alzai minacciosamente il piede sopra di loro, quando improvvisamente, dal ramo più basso della quercia, un ometto con una lunga barba bianca si rivolse a me nella mia lingua:
“Fermo! Non fargli del male! Voleva solo difendersi.”
“Ah! Ma allora parlate la mia lingua – dissi, un po' seccato – e ditemi: chi siete e cosa volete da me?”
“Tu piuttosto devi dirci chi sei e cosa ci fai nel nostro territorio – replicò il vecchio – Non vogliamo uomini nella nostra foresta, siano essi grandi o piccini, come te!”
“Mi chiamo Igino, vengo da Turla, e sono scappato di casa. Nessuno voleva più giocare con me, non potevo neanche andare a scuola, e i miei genitori mi tenevano chiuso in casa. Solo perchè sono diverso dagli altri bambini, sono così piccino. Ed ora non so dove andare”.
“Piccino non direi – disse il vecchio sorridendo – rispetto a noi sei un gigante!” e poi aggiunse “Conosco gli uomini e so quanto possono essere crudeli, specie con i più deboli. Se lo desideri, puoi fermarti un po' con noi, nel nostro regno. Sai – disse con tono gentile – noi gnomi sappiamo essere molto ospitali.”
“Grazie davvero – risposi – ma come potete ospitarmi?! Sono così ingombrante per voi! E poi dov'è il vostro regno, io vedo solo alberi e prati”.
Il vecchio gnomo scese dal ramo e giunto ai piedi della quercia appoggiò la mano alla corteccia, dove improvvisamente si aprì un piccola porta.
“Seguimi – disse il vecchio – non aver paura”.
Rassicurato da quelle parole mi avvicinai alla porta.
Era piccolissima, poco più grande del mio pollice, eppure più mi avvicinavo e più mi rendevo conto che avrei potuto farcela ad entrare, seppure a fatica.
Giunto sulla soglia mi girai e mi resi conto che alle mie spalle tutto era diventato gigantesco, immenso: gli alberi altissimi e i fili d'erba più alti di me.
Senza indugio, varcai quella soglia e mi ritrovai in un regno incantato.
Era un'immensa distesa verde dove sorgevano quà e là delle graziose casette, con il tetto simile ai funghi rossi e bianchi che crescevano abbondanti nel bosco.
In mezzo scorreva un ruscello d'acqua limpidissima, dove sguazzavano felici pesci di ogni tipo.
In lontananza si scorgeva una costruzione alta, con terrazze e giardini e tetti dorati.
Doveva senz'altro essere la dimora del re.
Tutto intorno era un brulicare di gnomi, affaccendati nelle loro consuete attività.
A mano a mano che procedevo lungo il ruscello, mi rendevo conto che le mie dimensioni tornavano ad essere quelle di sempre, ovvero quelle di un nano, che ora però appariva come un gigante, un ‘gigante nano'.
Nessuno tuttavia sembrava curarsi più di tanto delle mie dimensioni, ed io – da parte mia – dovevo solo fare attenzione a dove mettevo i piedi!
Il vecchio gnomo mi invitò a seguirlo e si diresse verso la dimora reale: i saluti rispettosi e gli inchini delle signore mi fecero capire che quel vecchio altri non era che il re di questo mondo fantastico.
“È giunta l'ora che mi presenti – mi disse il vecchio – sono Gustavo XVI, re di Gurlinda, florido regno abitato da gnomi e folletti del bosco. Igino, sii il benvenuto fra noi”.
Doveva essere un breve soggiorno e invece si trasformò in una lunga permanenza a Gurlinda, dapprima ospite del re Gustavo in persona, poi apprendista presso le botteghe dei vari artigiani del paese.
La vita a Gurlinda era divertente, io grande e grosso e loro piccoli piccoli.
Il trucco era sempre lo stesso: appena varcavo la porta di una casa, di una bottega, oppure della reggia di re Gustavo, le mie dimensioni si adeguavano a quelle degli abitanti del regno di Gurlinda, all'esterno tornavo ad essere Igino, il ‘gigante'.
Fui istruito nell'arte del leggere, dello scrivere e del far di conto, imparai a lavorare il legno, il ferro e l'oro, a coltivare piante e fiori e preparare decotti e medicamenti.
Erano tutti gentili e premurosi con me, assolutamente incuranti della mia diversità; da parte mia, sfruttavo questa situazione per aiutare come potevo il popolo di Gurlinda, raccogliendo senza fatica legno e pietre per la costruzione delle case, aiutandoli nel lavoro dei campi e nella caccia.
Ero ormai convinto che avrei passato felicemente i miei anni futuri a Gurlinda, quando un giorno re Gustavo mi fece chiamare a corte.
“Igino – disse il vecchio sovrano – io e i miei sudditi ti abbiamo trasmesso la conoscenza secolare della popolazione degli gnomi. Adesso che sei saggio e istruito, torna fra gli uomini e fai buon uso dei nostri insegnamenti”.
Venne organizzata un'intera settimana di festeggiamenti per salutare la mia partenza da Gurlinda, al termine della quale il vecchio re Guastavo mi riaccompagnò a quella piccola porticina che tanto tempo addietro mi aveva permesso l'ingresso al regno degli gnomi.
“Vai, e non rivelare mai a nessuno dove sei stato in questi anni! – e aggiunse – Accetta infine un suggerimento: non tornare a Turla, la gente si ricorderebbe di te e non ti darebbe pace”.
Varcai la porta e mi ritrovai ai piedi di quella grossa quercia dove tempo addietro incontrai per la prima volta re Gustavo e i suoi amici gnomi, nel bosco poco lontano dalla mia città natale.
Seppure il vecchio Gustavo mi avesse diffidato dal recarmi a Turla, l'idea di tornare nella mia città e poter dimostrare quanto ero diventato abile ed istruito fu più forte di me.
Mi misi in cammino ed il giorno seguente, all'alba, entrai in paese.
Erano passati parecchi anni, ma nulla sembrava cambiato: stesse case, stesse botteghe, la stessa confusione di gente.
E forse neanch'io ero cambiato, perchè subito tutti mi riconobbero, ma nessuno sembrava particolarmente felice nel rivedermi.
Appresi che i miei genitori avevano abbandonato Turla e che la loro casa era rimasta disabitata da allora, decisi così di alloggiare nella mia vecchia dimora.
Passarono i giorni e ben presto mi accorsi di non essere il benvenuto: i miei vecchi compagni di gioco, ormai cresciuti, continuavano a prendermi in giro, gli altri semplicemente mi ignoravano; per loro ero e continuavo ad essere solo un nano, senza arte nè parte.
Non mancarono le occasioni di dimostrare quante cose avessi imparato in questi lunghi anni lontano da Turla: aiutai il vecchio falegname in difficoltà nel costruire un grosso tavolo, costruii una nuova fornace al fabbro e suggerii all'orafo come costruire oggetti di squisita fattura in oro.
Un giorno poi, preparai con le erbe un potente medicamento per curare le molte persone colpite da una forte febbre.
L'atteggiamento degli abitanti di Turla tuttavia non cambiò, anzi divennero ancora più ostili nei miei confronti, infastiditi soprattutto dai miei continui rifiuti nel rivelare dove e da chi avessi ricevuto tali insegnamenti.
Minacciarono perfino di rinchiudermi nelle prigioni del villaggio se non avessi rivelato loro il mio segreto; fu così che decisi a malincuore di abbandonare nuovamente Turla.
Approfittando del buio della notte mi allontanai dal paese: “È buffo – pensavo mentre correvo verso il bosco – sono appena tornato dopo molti anni ed ecco che sto di nuovo scappando.”
E questa volta per sempre.
Feci molta strada quella notte, arrivai a Zanda e mi imbarcai su un battello in partenza per non ricordo nemmeno dove.
Da allora ho passato la mia vita girovagando per paesi e città, fermandomi con piacere dove venivo apprezzato per le mie capacità e la mia saggezza, e fuggendo da dove invece venivo giudicato semplicemente per il mio aspetto esteriore.
Sono arrivato a Zorla ieri, al tramonto, e non so quanto tempo mi fermerò. Dipenderà anche da voi! >>
Con queste parole il vecchio Igino chiuse il suo racconto e si sedette all'ombra di un albero, a fianco del piccolo palco di legno.
La piccola folla attorno al palco aveva seguito il racconto senza fiatare, con estrema attenzione.
Poco importava se fosse una storia vera, l'insegnamento di un vecchio saggio oppure una semplice leggenda.
Quando si alzarono e tornarono nel vortice della festa, molti di loro iniziarono a guardare le persone che incontravano con occhi diversi, cercando di non fermarsi alle apparenze o al puro aspetto esteriore, ma sforzandosi di apprezzarle per quello che realmente erano e sapevano fare.