BOLLE BLU
Quella notte Alberto non riusciva a dormire.
La sera aveva fatto tardi davanti al televisore, i film di fantascienza sono una tentazione a cui non sapeva resistere. La mamma lo aveva ammonito:
“Alberto, domani c'è scuola! E hai l'interrogazione di geografia. Non fare tardi!”
“Si mamma – aveva risposto – adesso vado” ma non ci pensava neanche a lasciare a metà il film che stava vedendo.
Adesso si girava e rigirava nel letto, sudava freddo ed era incredibilmente agitato. All'improvviso uno strano prurito alla schiena lo spinse ad alzarsi e andare a bagno a controllare. In silenzio, per non svegliare i genitori, si avviò verso il bagno ed accese la luce della specchiera: “Oh mamma mia! – esclamò il ragazzo – cosa sono queste macchie blu!”. In effetti la schiena di Alberto si era riempita di piccole bolle blu, dalle forme più strane: alcune erano rotonde, altre quadrate, altre ancora a forma di stella. Afferrò un asciugamano e lo strofinò contro la schiena; l'asciugamano si tinse di un azzurrino tenue ed il prurito sembrò cessare. Si rinfrescò e andò in cucina a bere un sorso d'acqua. “Adesso andrò a letto e domani mattina tutto questo sarà passato”. Raggiunto il letto si mise sotto le coperte e si addormentò profondamente.
La mattina successiva, Alberto non sentì la sveglia. Non vedendolo per colazione, la mamma lo raggiunse in camera: “Alberto. Alberto! Sveglia!!”. Accese le luci brontolando fra sè e sè: “Sempre la solita storia. Va a letto tardi e la mattina ci vogliono le cannonate per farlo alzare dal letto!!”.
“Va bene, va bene - disse Alberto ancora mezzo addormentato – Adesso mi alzo”. Scese malvolentieri dal letto e si avviò verso il bagno. Dopo essersi lavato la faccia prese l'asciugamano e si stupì dello strano colore che aveva. Solo allora si ricordò di quanto accaduto durante la notte. Chiuse la porta e si assicurò che la mamma fosse in cucina a fare colazione. Poi alzò lentamente la maglia e si guardò la schiena. “Accidenti! – esclamo il ragazzo – sono ancora tutte lì. E adesso cosa faccio?”. Decise che al momento era meglio far finta di niente. “Chissà cosa penserà la mamma! Mi porterà dal medico e mi farà fare un sacco di esami. E io odio fare gli esami! Meglio aspettare qualche giorno”.
Si preparò in fretta, consumò la sua colazione in un battibaleno ed uscì di casa per recarsi a scuola. Per strada incontrò Giacomo, il suo amico e compagno di banco. Non era sua intenzione rivelare al suo amico l'accaduto, ma Giacomo si accorse subito che Alberto nascondeva qualcosa!
“Che hai Alberto – disse Giacomo – oggi sembri strano! Cosa ti è successo? Non sarà mica l'interrogazione di geografia!”. Alberto guardò il suo amico e disse: “Giacomo, sai tenere un segreto?”. Incuriosito da questo atteggiamento Giacomo disse: “Che domanda! Certo che so mantenere un segreto. Avanti, racconta!”.
“Beh, ecco – balbettò Alberto – questa notte mi è successa una cosa strana…” e raccontò all'amico delle sue strane macchie blu. Giacomo ascoltava il racconto di Alberto tra il divertito e l'incredulo. “Scommetto che non ci credi! – sbottò Alberto – adesso ti faccio vedere!” ed alzò la maglia quel tanto che bastava a far vedere le famose macchie. “Guai a te se ridi o se lo dici a qualcuno!” intimò Alberto all'amico prima di entrare in classe.
Durante l'intervallo Alberto stava ripassando la lezione di geografia, prima dell'interrogazione. Giacomo invece era vicino alla finestra della classe, insieme ad alcuni compagni, che chiacchierava fitto fitto. Da quella finestra ogni tanto si udiva qualche risatina e ad Alberto sembrava che tutti gli sguardi dei suoi compagni fossero rivolti verso di lui. “Lo sapevo – pensò– non dovevo fidarmi di quel chiacchierone!”. Tuttavia l'imminente interrogazione teneva Alberto inchiodato al banco a ripassare.
Improvvisamente la professoressa Luzzi entrò in aula: “Buongiorno ragazzi; tutti a posto!”. Sedutasi alla cattedra aprì il registro e senza perdere tempo disse: “Vediamo, oggi tocca a … Rinaldi”.
Alberto si alzò dal banco e si avviò alla cattedra.
“Bene – esordì la professoressa – vediamo se questa volta il nostro Alberto ha studiato! Parlami della Danimarca.”
Alberto si avvio verso la cartina geografica appesa in classe, prese la canna che la professoressa usava per indicare le varie nazioni ed iniziò a parlare: “Dunque.. la Danimarca è una nazione appartenente alla Scandinavia, confina a sud con la Germania … a nord c'è il mare che la divide dalla Svezia e dalla Norvegia…… la capitale è Copenaghen …” Insomma, anche questa volta non era particolarmente brillante, ma almeno dava l'impressione di aver studiato.
La professoressa lo ascoltava distrattamente, mentre compilava il registro e sfogliava il libro. Poi alzò lo sguardo verso Alberto ed iniziò a fissarlo con aria interrogativa. Non riusciva bene a capire cosa fossero quelle strane macchie blu che via via si andavano diffondendo sulle mani e sul viso del ragazzo.
“Alberto – disse la professoressa – sei sicuro di sentirti bene?!”
Questa strana domanda attirò l'attenzione dell'intera classe che ora fissava con attenzione Alberto, al pari della professoressa.
“Certo che sto bene – disse Alberto imbarazzato – perchè me lo chiede, signora professoressa?”
“Beh – esclamò la professoressa Luzzi – hai le mani ed il viso pieno di strane macchie blu!” e continuò “A meno che quest'anno il Carnevale non sia iniziato prima, mi piacerebbe sapere che cosa stai combinando!”.
Alberto si guardò le mani e rimase impietrito: il dorso delle mani era completamente ricoperto dalle ormai note macchie blu. Si guardò intorno e vide le facce dei suoi compagni: chi stava ridendo, chi lo guardava con un certo disprezzo, altri rivolgevano lo sguardo altrove… in attimo nell'aula ci fu un brusio assordante.
“Silenzio – urlò la professoressa Luzzi – che scherzo è mai questo! Alberto, mi vuoi spiegare che cosa sta succedendo!”
“A dire il vero non lo so neanche io – disse Alberto mortificato – è da questa notte che queste macchie compaiono sul mio corpo senza che io faccia nulla…”
“Alberto, ti avviso – ringhiò la Luzzi – non prendermi in giro! Dimmi cosa stai combinando o ti spedisco dritto dritto dal preside!!”
Alberto abbozzò ancora una timida difesa, ma la professoressa, nota per la sua scarsa pazienza, si alzò di scatto e preso Alberto per una manica lo trascinò fuori dall'aula: “Adesso queste idiozie le racconti al Preside, così vediamo!” e poi, rivolgendosi alla classe: “Voi, zitti e studiate la pagina 138 del libro!”.
Il professor Baratti, preside della scuola, era tranquillamente seduto in ufficio quando improvvisamente la Luzzi entrò trascinando il povero Alberto. La professoressa non lasciò il tempo al povero Baratti di chiedere il motivo di un tale comportamento: mostrò le macchie che ormai ricoprivano anche le braccia del povero Alberto e pretese che il preside prendesse in mano la situazione:
“Professor Baratti – disse la Luzzi tutta agitata – questo ragazzo ha bisogno di una lezione: io non so cosa stia facendo, ma in ogni caso la deve smettere!”.
Il preside osservò la scena e rimase esterrefatto: non sapeva se arrabbiarsi di più con la Luzzi per questo comportamento da pazza o con il ragazzo per questo strano scherzo che aveva combinato. Tuttavia la stranezza della situazione sembrava divertire l'irreprensibile professor Baratti.
“Allora – disse il preside, abbozzando un sorriso – volete farmi capire tutti e due cosa succedendo?” “E lei, professoressa Luzzi, ritiene questo il modo di entrare nel mio ufficio? Non si usa più bussare? Chiedere: «Permesso? Disturbo? »”.
La reazione del preside prese in contropiede la Luzzi. “Ma come – pensò – io trascino in direzione un bulletto in vena di scherzi e lui se la prende con me?!”
“Signor preside – disse la Luzzi sempre più agitata – questo ragazzo si sta facendo burle di me. Ed ora anche di lei! Avanti, gli chieda cosa sono queste stupide macchie e che cosa significano”.
Il professor Baratti si rivolse quindi al ragazzo e con tono fintamente serio disse: “Allora, signor Rinaldi, deve dirmi qualcosa?”.
Anche davanti al preside, Alberto non fu in grado di giustificare l'accaduto. Anzi più si agitava e più le macchie aumentavano di numero e di dimensione.
A questo punto il preside si fece serio, e questa volta con tono perentorio disse ad Alberto: “Adesso basta, lo scherzo è stato divertente, ma ora deve finire. Fai sparire queste macchie e torna in classe. Viceversa mi vedrò costretto a chiamare i tuoi genitori”.
“Signor preside, professoressa Luzzi – disse Alberto preoccupato – non è uno scherzo. Sono comparse questa notte ed ora ricoprono per intero il mio corpo. Io non ho fatto nulla. Anzi, inizio ad avere un paura! Chiamate la mamma, chiamate il dottore!”.
Nel sentire queste parole i due si convinsero della buona fede del ragazzo e preoccupati chiamarono la mamma di Alberto, pregandola di recarsi urgentemente a scuola.
Mezz'ora dopo la madre di Alberto entrò in Direzione e nel veder il figlio seduto su una sedia in fondo all'ufficio, tutto ricoperto di strane chiazze blu, rimase traumatizzata. “Alberto, ma che cosa ti è successo?! Cosa ti hanno fatto?!”.
“La situazione è seria – esordì il preside – suo figlio è stato contagiato da una strana malattia! Le consigliamo di portarlo al più presto in ospedale per gli accertamenti del caso.” Ed aggiunse, rivolgendosi alla Luzzi “... e speriamo che non sia una malattia contagiosa!”
Di comune accordo, decisero che era opportuno sottoporre Alberto a specifiche visite mediche presso l'ospedale. “Appena saprò di che cosa si tratta – disse la mamma- ve lo comunicherò. Ora corro in ospedale” ed uscì di corsa dall'ufficio.
Inutile descrivere l'espressione degli infermieri e dei medici all'arrivo in pronto soccorso. Alberto ormai si era abituato a vedere quel misto di curiosità e paura dipinto sul viso delle persone che lo incontravano.
Quando finalmente il dermatologo entrò nella sala visite e vide Alberto rimase senza parole: “Accidenti – esclamò il dottore – in tanti anni di carriera medica non ho mai visto nulla di simile” ed aggiunse “non c'e tempo da perdere; provvedo subito affinché si predisponga un ricovero del ragazzo.”
Rivolgendosi all'infermiera disse: “Per prima cosa dovrà sottoporsi ad un trattamento disinfettante, per cercare di rimuovere dalla pelle queste strane impurità, a seguire farà tutti gli esami del sangue, successivamente faremo altri accertamenti e poi visita dermatologica e poi ... e poi ...”
Alberto smise di ascoltare il dottore. L'idea di doversi fermare giorni e giorni in ospedale, fare raffiche di esami e visite, proprio non gli andava, ma non sembravano esserci altre soluzioni.
Il suo nome gridato dalla parte opposta del corridoio lo riportò alla realtà: “Signor Rinaldi, venga, deve fare la doccia!”. L'infermiera lo accompagnò nello spogliatoio e gli indicò il box in cui avrebbe dovuto infilarsi. “Mi raccomando – disse l'infermiera – tenga gli occhi chiusi. Il liquido che utilizziamo e' irritante. Li apra solo quando sentirà un campanello suonare; il trattamento sarà completato e potrà tornare a vestirsi”. Sua mamma la aspetterà nell'ufficio del dottore.
Alberto seguì le indicazioni dell'infermiera, entrò in quella strana doccia e chiuse gli occhi in attesa di capire cosa gli sarebbe davvero successo.
.......
BIP! BIP! BIP!.......
“Ma come – pensò Alberto – è già finito tutto. Io non ho neanche sentito una goccia d'acqua!”
Spalancò gli occhi e ... meraviglia! non era in ospedale, ma era comodamente disteso nel proprio letto, nella sua camera e nell'aria c'era già il profumo del caffè che la mamma gli preparava ogni mattina per colazione, ma soprattutto non c'era più traccia di macchie blu! Saltò giù dal letto e corse in bagno: quando la mamma lo raggiunse lo vide che si stava osservando con cura ogni centimetro quadrato del corpo. “Alberto, ma che fai? È già tardi! Se non ti sbrighi arriverai tardi a scuola” ed aggiunse “Ricorda che oggi hai l'interrogazione di geografia!”.